Ciao Mondo!

Ciao Mondo!

Ciao Mondo! Che bello poterti parlare di nuovo!
Ti chiederei spensieratamente “come stai”, ma con disagio la reputerei una domanda tristemente incline alla retorica.
L’ultima volta che ci siamo confrontati, le cose erano parecchio diverse... Dal punto di vista che riguarda la tua preziosa salute (da cui dipende, senza mezzi termini, anche la nostra) l’acqua era di certo più pulita, l’aria più respirabile, gli animali liberi di vivere le loro vite, ignari di tutto ciò che comporta condividerle con l’umanità.
Mi correggo: con l’ultimo stadio raggiunto dall’umanità.

Qualche scambio di parole addietro, mi avresti detto senza pensarci due volte di essere felice. L’unico grande motivo che avrebbe potuto renderti ineguagliabilmente spensierato ed appagato, sarebbe stato vedere noi esseri umani (nonostante la nostra natura animale, in perenne evoluzione e mutamento) capaci di non compromettere in modo irreversibile ciò che di più importante custodisci nella tua infinita composizione: i sistemi che ti appartengono, che ti rendono unico e speciale.

È quasi inutile affermare che una volta eravamo molto diversi.
Eravamo facilmente affascinabili, e lo stupore ci arrivava sempre da te: un paesaggio, un temporale, una stella, ci lasciava senza fiato.
Ci definivano i nostri grandi sentimenti universali, quelli rivolti a ciò che era ignoto, ingestibile, indomabile: la paura dell’ignoto e il bisogno di conoscenza.
Ora tutto è diventato più piatto, ovattato, il sentimento stesso non ha più lo stesso valore.

La nostra esistenza, un tempo legata a un bisogno di semplicità oltre che di curiosità, ci permetteva di gioire di una quotidianità lenta e sana. Attributi che, a parer mio, rendevano le persone di ogni epoca, più felici di quanto sappiamo esserlo oggi.
Non eravamo ancora contaminati da mille fattori esterni inutili, che oggi ci bombardano, ci distraggono, ci rincoglioniscono.

Una cosa che rendeva unica la nostra esistenza passata era che, involontariamente, non avendo i mezzi e la tecnologia per compiere disastri ambientali come quelli odierni, non avevamo nemmeno la responsabilità che oggi invece ci accomuna tutti. Non avevamo strumenti per essere tanto pericolosi quanto lo siamo adesso.

Oggi, farti del male è diventata un’abitudine di poca importanza.

Che dire... ci legava una parte animale, primordiale, atavica, priva della complessità che oggi ci caratterizza.
Eppure, anche allora la vita sapeva essere cruda, spietata, incoerente, profondamente parziale come concetto di giustizia.

Il bianco doveva essere bianco, il nero a sua volta doveva rimanere nero. L’emancipazione dei deboli, la lealtà, la moralità, la coerenza... erano concetti limitati a un bisogno personale, non collettivo.
Non erano diritti accettati e riconosciuti da un sistema volto alla tutela degli ultimi scalini della nostra infinita piramide sociale.
Pochi condividevano quei valori e chi predicava la sua giustizia, se la trovava contro: dalla parte del carnefice, del potente, del socialmente riconosciuto.
C’era molta parzialità e prepotenza, i torti erano all’ordine del giorno, e al sistema interessava poco.

Oggi, noi occidentali del “primo mondo”, possiamo ritenerci fortunati.
Da questo punto di vista, devo ammettere che siamo migliorati parecchio, almeno nella porzione di mondo che impropriamente mi permetto di chiamare “casa”.
Nel resto del pianeta... chi lo sa?

Sarò sincero, Mondo: i tempi di cui parlo vorrei tanto ricordarmeli.
Desidererei sapere, conoscere esattamente ciò di cui sto discutendo o bagolando, ma quando sono nato io, poche decine di anni fa, era circa tutto così come è adesso. Forse il contesto umano era appena diverso, ma già predisposto a modellare il presente che conosciamo oggi.
Viviamo in una situazione complessa: non ci capiamo, e nessuno capisce nessuno. La quotidianità è diventata subdola, fittizia, apparente, superficiale.
Tutti pensiamo di essere liberi di agire secondo decisioni personali, con delle volute esigenze personali, ma è solo una bugia travestita da libero arbitrio, che ci incatena senza che nemmeno ce ne accorgiamo. Viviamo in una prigione senza sbarre, da cui è impossibile evadere.

Tutto ciò che un tempo era raro e indispensabile oggi è considerato ovvio, scontato: nessuno si stupisce più di niente.
Prendendo degli esempi banali, fare due o tre pasti variegati al giorno, o fare i propri bisogni su di un bagno caldo e accogliente, sono diventati normalità quotidiane, giustamente o meno.

Ci sarebbero esempi più pertinenti, meno banali, ma lascio a te decidere se pensarli.

Qui a casa mia, la qualità della vita è davvero migliorata, ma ogni medaglia ha il suo rovescio. Siamo viziati, annoiati, abbiamo tutto.
Facciamo appena in tempo a desiderare qualcosa, lo ordiniamo e arriva a casa in pochissimo tempo: dopo una settimana ci siamo già dimenticati il motivo per cui lo abbiamo voluto.

Ogni nuovo oggetto è un anestetico che attutisce temporaneamente i nostri problemi, una distrazione che ci allontana da ogni pensiero, soprattutto quelli più utili e costruttivi.

Ciò che oggi dovrebbe essere considerato davvero indispensabile, è diventato trascurabile. Come preservare te, Mondo, invece ti stiamo lentamente rovinando e compromettendo irreversibilmente.
Uno dei motivi è che per le grandi masse, non sei più abbastanza seducente o interessante quanto le solite, misere cagate di cui ci circondiamo.

Sicuramente non sei per noi seducente ed interessante come un tempo.
La nostra condizione attuale ha avuto grandi ripercussioni nei tuoi confronti, questa è l’altra faccia della medaglia che ti ho menzionato prima.
Il prezzo più alto, purtroppo, l’hai pagato tu, Mondo.
Hai dovuto rinunciare ad ecosistemi, specie animali da noi portate all’estinzione, ci hai permesso di avvelenarti l’aria, forare l’ozono, farti sciogliere i ghiacciai, prosciugarti i fiumi e desertificare le foreste.

Fossi in te, sarei furibondo.





Distopizzando

Distopizzando.

Il concetto di Utopia è interpretabile in modo personale e originale da qualunque pensatore venga chiamato in causa.
È proprio questa sua natura estremamente mutevole a rendere difficile la possibilità che essa si realizzi concretamente.
A prescindere da studi e teorie, dovrebbe rispecchiarsi nell’animo umano, riflettendo ciò che si reputa semplicemente giusto ed etico per l’individuo, per la collettività e per i loro contesti naturali.
Il concetto utopico preso in considerazione presenta similitudini con il pensiero marxista, che ha sempre opinabilmente suscitato fascino per il suo coraggio e per i suoi contenuti.
Entrambi i sistemi mirano a una rettitudine collettiva e si fondano su una morale che spesso appartiene alla gente comune, quella che vive in condizione di subalternità ed emarginazione.

Non servono grandi paroloni per comprendere un concetto tanto antico quanto elastico e intuitivo.

L’Utopia è ciò che libera dai vincoli imposti dal nostro stato sociale.
Chi occupa la vetta della piramide ha tutto l’interesse a escluderla a priori, in quanto rappresenta un’arma invisibile e pericolosa contro chi detiene il potere e teme di perdere i privilegi che elevano il proprio status.
Può essere semplicemente giustizia, altruismo, filantropia, una visione collettiva che si estende oltre i propri confini, sostenendo ciò che merita, senza secondi fini.

La sua realizzazione concreta, nella storia, forse non si è mai verificata davvero, se non in unici e brevi episodi. All'unanimità non è mai stata realmente applicata.
La sua forma noumenica, invece, è in continua mutazione: più viene sostenuta e approfondita da chi la pensa, più acquisisce una forma chiara e tangibile, che potrebbe e dovrebbe contaminare positivamente i punti di vista individuali e i solidi ideali che definiscono la persona.

Dalla nascita dell’idea utopica scaturisce anche, come controparte negativa, la visione distopica del mondo, molto più concreta ed evidente, che da circa un secolo accompagna la qualità delle nostre vite.

La distopia è un’utopia che agisce al contrario,una realtà segnata da assenza di libertà, pace e benessere comune, che promuove emarginazione individuale e ignoranza collettiva, un’ipotesi per un imminente futuro.
Ciò che possiamo apprendere dalla storia è che il nostro sviluppo socio-politico tende sempre più verso una realtà distopica, scartando i valori genuini e scontati che promuove la semplice ma inarrivabile Utopia.

L’essere umano tende ad essere egoista, opportunista ed in costante competizione. I motivi possono essere molteplici: siamo abituati a ragionare secondo un indottrinamento individualistico e competitivo, abituati a odiare, a disprezzare, considerare errato e arretrato ciò che ci è semplicemente diverso o lontano.
Viviamo seguendo il principio del 
“cane mangia cane” o, più anticamente, dell’“homo homini lupus”, espressioni che incarnano un’anti-etica umana che invece dovrebbe contraddistinguerci.

Le nostre abitudini, i nostri valori ed il nostro modo di pensare sono stati indirettamente modellati a piacimento da chi trae vantaggi, perlopiù economici, dall’allontanarci da una visione utopica e solidale.
Si tratta degli stessi individui che occupano il vertice della piramide sociale, persone lontane anni luce dal nostro modo di vivere e ragionare.

Mi riferisco a chi ha interesse nell’alimentare una realtà distopica applicata.

Questi sono coloro che ci trattano come merce, come profitto, come semplici numeri in un algoritmo tra miliardi.
Siamo diventati prodotti consumabili, oggetti da controllare, prevedere, emarginare. L’unica via d’uscita è reimparare a pensare, attuare una rivoluzione interiore, e da lì promuovere la giustizia, o almeno l’idea che abbiamo di essa.

Orwell scrisse un capolavoro visionario: 1984.
Un futuro come quello raccontato potrebbe non essere così lontano, e non è escluso che i potenti possano trarne ispirazione.
Le caratteristiche fondamentali di quel mondo sono l’ignoranza collettiva, il dominio sulle vite comuni, il controllo del pensiero, la soppressione della parola, della stampa, della libertà stessa.
Sembrano realtà lontane, eppure nella nostra quotidianità avverto cambiamenti impercettibili che, molto pazientemente, si avvicinano a quella complessa, tangibile e irreversibile distopia.
Un esempio metaforico: basta posare un sassolino alla volta per ritrovarsi, col tempo, davanti a una possente barriera.
I Potenti devono garantire i propri privilegi distopici fino a un’ipotetica, forse irraggiungibile, fine.
Nella Londra di Orwell, ogni mezzo di comunicazione e informazione è sottoposto a un’entità onnipresente e onnisciente: il Grande Fratello.
Il suo scopo principale è quello di scovare e neutralizzare tutte quelle menti che ancora osano pensare in modo critico e personale, che rifiutano di vivere come cavie da laboratorio o come animali chiusi in gabbia.

Non mi riferisco al programma televisivo, che ha più a che fare col commercio che con la distopia, mi riferisco invece alle numerose situazioni del libro che trovano riscontro nella nostra realtà.

La differenza sostanziale è che noi scegliamo, disinteressatamente, di alimentare un sistema che rischia di diventare catastrofico, mentre in 1984 si era vittime inconsapevoli di un sistema che annientava ogni forma di libertà e individualità, approfittando della debolezza umana e spazzando via la più piccola speranza di cambiamento.






La regressiva evoluzione e la mancanza di dubitare

La regressiva evoluzione e la mancanza di dubitare.

Fino a questo momento ho volutamente accentuato le carenze dell’essere umano, per mettere in luce la nostra complessa e ambigua condizione, sia naturale che sociale, senza con ciò sminuire i grandi traguardi raggiunti dall’umanità nel corso del tempo.

In riferimento alla cultura occidentale, ci siamo progressivamente allontanati da un contesto radicato nella natura e nella nostra primordialità, ignorando la nostra totale dipendenza da essa.
La tecnologia, arma a doppio taglio, ci ha fatto dimenticare quanto sarebbe stato sano e appagante vivere in armonia con l’ambiente che ci circonda.

Per milioni di anni siamo stati più simili agli animali che agli "esseri umani" così come oggi ci definiamo.
Il termine 
animale non ha in sé alcuna connotazione dispregiativa o limitante: rappresenta semplicemente la condizione che accomuna ogni essere vivente sulla Terra.

Ribadisco che siamo solo ciò che la Natura ci ha permesso di essere, eppure ci siamo sottratti a questa condizione.
Esistiamo come siamo oggi perché, durante la nostra evoluzione, abbiamo saputo cogliere i più utili tra i doni offerti dalla Natura, che ci ha sempre protetti e circondati. In passato, lo studio e la conoscenza dell’ambiente erano fondamentali per sopravvivere nel migliore dei modi. Oggi, invece, pieghiamo ogni elemento naturale al nostro volere, usandolo e deturpandolo.

Sebbene siamo rimasti homo sapiens sapiens, abbiamo dimenticato come riuscivamo a vivere nei tempi remoti.
Era una vita difficile, priva di molte comodità, ma eravamo esenti da molte delle malattie fisiche e mentali imposte oggi da una società frenetica e inquinata.
Le molteplici distrazioni offerte dal nostro sistema di vita indeboliscono e ammalano le persone, rendendole psicologicamente dipendenti.
Nel lusso più totale, abbiamo impoverito la capacità di stupirci per le piccole cose, di estasiarci di fronte a uno spettacolo naturale, già visto e rivisto su uno schermo qualsiasi.

Il sistema capitalista ha creato una miriade di micro-sistemi che hanno impigrito le nostre vite, rendendole più facili e veloci, dispensando agevolazioni solo quando funzionali al sistema stesso.
Siamo talmente assuefatti dalle nostre comodità da dare per scontate le grandi fortune che ci accompagnano ogni giorno.

Il culmine della nostra evoluzione ci ha resi opportunisti e incoerenti, non solo verso noi stessi, ma anche verso ogni altra cosa che, anche solo marginalmente, è toccata dalla nostra esistenza contaminante.

Nel macrocosmo formato dal capitalismo e dalla globalizzazione, siamo indirettamente responsabili di disastri ambientali che accettiamo come "normali", pur di non mettere in discussione un sistema in cui dobbiamo restare al vertice.
La nostra comodità, ad esempio, ci rende capaci di ignorare il fatto che la maggior parte degli animali presenti sul pianeta non viva più nel proprio habitat, ma finisca morto e confezionato per essere venduto su uno scaffale di supermercato.
Questo processo è il risultato del nostro modo eccessivo e sproporzionato di alimentarci. Mangiamo quando vogliamo, quanto vogliamo, come vogliamo, come se fosse l’unica priorità.
Economia e abitudine giustificano orrori che sfiorano il limite dell’umanità.

La globalizzazione avvicina prodotti e costumi da ogni parte del mondo, ma nel farlo deturpa culture un tempo protette proprio dalla nostra lontananza.
Il pensiero dominante europeo si fonda sulla presunzione di superiorità rispetto a culture considerate "arretrate", ed è questo il pretesto per esportare valori (e disvalori) del capitalismo occidentale.

Anche senza volerlo, incrementiamo costantemente il nostro sistema egoista e autodistruttivo. La responsabilità delle nostre azioni dipende fortemente dalla consapevolezza delle conseguenze.
Chi sbaglia senza sapere di farlo non è completamente artefice del male che provoca, non essendo cosciente della necessità di cambiare abitudini o situazioni dannose.

Oggi, con i numerosi mezzi di comunicazione a disposizione, siamo tutti, purtroppo o per fortuna, informati; se non cambieremo il nostro stile di vita inquinante, ne saremo tutti responsabili.
Anche il gradino più basso della piramide può fare la differenza.

Tendiamo a essere superficiali quando le questioni scomode non ci toccano da vicino ma, senza cadere in banalità, molte di queste potrebbero presto ritorcersi contro di noi.



                                  

La monetizzazione dell'Anima


La Monetizzazione dell’Anima.

Viviamo in una condizione in cui il valore e la rispettabilità di una persona sono valutati quasi esclusivamente in base al suo posto nella società.
Lo stesso sistema ci corrompe, trasmettendoci sentimenti negativi come distacco, invidia ed egoismo, e promuovendo valori anti-umani.

È difficile rendersi conto di quanto, con le nostre azioni quotidiane, siamo allo stesso tempo complici e vittime di un principio studiato per essere inarrestabile e inattaccabile.

Siamo indotti a lavorare precariamente per il sistema, solitamente sfruttati e sottopagati, accontentandoci di quel briciolo di dignità che ci viene concesso, mentre ci neghiamo tempo ed energie preziose.
La società può condizionarci fino al punto da spingerci alla disperazione, rendendoci disposti a svolgere qualsiasi mansione, pur di sopravvivere. Così una parte di noi potrà essere ulteriormente sfruttata.

Chi sarà abbastanza fortunato da ottenere una pensione, lo farà al prezzo di 30 o 40 anni della propria vita, passati a faticare quotidianamente in nome di un benessere futuro. Questo implica che la maggior parte di noi avrà agito nell’interesse di qualche oligarca, sempre pronto ad approfittarsi di un possibile sottoposto.

Secondo il sistema, quel sottoposto dovrebbe pure ringraziare per l’opportunità lavorativa, anche se insoddisfacente, alienante e priva di stimoli.

L’essere umano vive per natura in equilibrio tra pregi e difetti, e può scegliere se orientarsi verso il bene o verso il male.
Queste scelte sono di solito influenzate da un potente elemento esterno: i soldi.

Come un catalizzatore, il denaro inquina rapidamente il nostro modo di essere, spingendoci verso il male per trarne profitto, è il principale motore dell’odio e dell’invidia, della competizione e del rancore. Ci si odia tra potenziali amici, tra parenti, tra colleghi.

Per chi ne ha in abbondanza, il denaro diventa un’egocentrica valvola di sfogo, uno strumento per dimostrare agli altri ciò che non possono permettersi.
Questi facoltosi signori possono credersi superiori nel più facile dei modi.
Gli ultra-ricchi hanno bisogno di sentirsi in un perenne stato di privilegio, elevati sopra il resto del mondo, gioendo del male comune che garantisce la loro posizione di vantaggio.

Se le persone appartenenti alla classe medio-bassa avessero l’occasione, potrebbero diventare i peggiori tra i ricchi, rivendicando con arroganza le fatiche e le sofferenze vissute. È sbagliato, ma umano.

Guadagnare diventa una dipendenza psicologica: gratifica, fa sentire bene, e più soldi si hanno, più se ne desiderano.
Macchine costose e vestiti di marca diventano maschere che nascondono ciò che realmente siamo: esseri umani con pregi, difetti, debolezze e difficoltà.

Per vivere nel lusso e nella bambagia, non serve un conto da sei o sette zeri: se le ricchezze fossero distribuite equamente, anche gli ultra-ricchi continuerebbero a vivere nel comfort, seppur rinunciando a una parte dei loro crediti.

La presunzione di superiorità di un ultra-ricco non si compra: si ottiene solo con il potere.
Il denaro monetizza le nostre ambizioni, i nostri desideri, determinano il valore e quanto siano realizzabili le nostre vite. Ogni aspetto della nostra quotidianità, materiale o intellettuale, è ormai legato al denaro. Questo ha un effetto devastante sulla nostra psiche, fragile e facilmente corruttibile.

La forza del denaro riesce ad invertire i nostri criteri su ciò che è giusto o sbagliato, sia nel micro che nel macrocosmo. È il pretesto giusto per commettere azioni sbagliate.

Tutto ha un prezzo, anche le persone, e se ritieni di non essere mai stato comprabile, forse è solo perché non sei ancora stato valutato abbastanza.
Le azioni più terribili della storia sono state commesse per denaro e potere.
I soldi fanno girare il mondo e, di conseguenza, anche il nostro modo di spenderli determina l’andamento delle cose.

Il bisogno eccessivo di acquistare oggetti costosi e attraenti favorisce un mercato in cui solo gli oligarchi traggono un vero beneficio, mentre noi diventiamo sempre più dipendenti da ciò di cui ci circondiamo.
L’aumento del potere d’acquisto può trasformare profondamente l’anima, convertendo i nostri valori e la nostra moralità, monetizzandoli.




La consapevolezza dell'Universo

La consapevolezza dell’Universo.

Questo capitolo è diverso dai precedenti: nasce da una domanda che, almeno una volta nella vita, chiunque si è posto.
Cercando di non cadere in ovvietà e semplificazioni, provo ad inoltrarmi in un tema considerabile più che scontato e particolarmente generico.

Le tesi sostenute possono essere intese come una valvola di sfogo opinabile, senza alcuna presunzione nei significati.
Chiunque, prima o poi, si è chiesto quale sia il significato della vita sulla Terra. È un quesito talmente ricorrente da sembrare imposto dalla stessa natura umana.

Perché noi, e tutte le creature che conosciamo, abbiamo questo privilegio?

Per iniziare questa sognante risposta, differenzio il concetto di essere umano dal non umano. Il motivo preponderante è che noi, in pochissimi millenni, abbiamo raggiunto una presenza straordinariamente alta e profondamente impattante sull’ambiente, diversamente da qualsiasi altra specie mai esistita.

A differenza degli altri animali, ci siamo appropriati di tutto ciò di cui avevamo bisogno, modificando e plasmando l’ambiente senza limiti fisici o morali.
Ogni altro essere vivente è nato e cresciuto per rispondere a un bisogno naturale, contribuendo all’equilibrio che tiene le redini della vita nel mondo, ogni singolo ecosistema conosciuto.

Le api impollinano, le piante ossigenano l’aria e vengono mangiate da animali, i cui escrementi fertilizzano la terra, dove vivono colonie di insetti e migliaia di microrganismi.
Anche i batteri presenti nel nostro corpo, così come in quello degli animali, sono indispensabili al corretto funzionamento di organi e apparati.

Tutti, se avessimo il bisogno di definirlo, hanno un ruolo preciso.
Perfino le zanzare, che superficialmente sembrano esistere solo per avvelenare e recare fastidio a ogni altra creatura durante la loro breve vita, hanno il compito di diffondere malattie che, nello schema generale dell’ordine naturale, hanno il compito di diffondere malattie che servono a contenere la popolazione animale, e talvolta anche quella umana, per mantenere un equilibrio regolato dal lento scorrere del tempo.

Questo equilibrio, però, è stato stravolto dalla nostra presenza in poche e rapide decine di secoli. Mi chiedo quindi quale sia il motivo dell’esistenza umana.

Apparentemente noi esseri umani, nell’arco di tutta la nostra esistenza, non abbiamo mai avuto uno scopo diretto nel funzionamento dell’ordine naturale.
Non abbiamo mai contribuito in maniera attiva al miglioramento degli ecosistemi in cui abitiamo. Abbiamo viaggiato e sovrastato tutto ciò che riguarda l’ambiente, trasformandolo a nostro vantaggio, indebolendolo, ammalandolo.

Possiamo essere considerati una malattia per la Terra, e per noi stessi.

Questo è il concetto affrontato dall’agente Smith nel celebre film Matrix (1999) riguardo la natura distruttiva dell’uomo e la sua presenza eccessiva.
Mi riferisco soprattutto alla cultura dominante europea.
Fanno eccezione i buddisti e alcune etnie indigene che, vivendo in simbiosi con la natura, hanno cercato di mantenere un equilibrio sano tra essere umano, essere non umano e mondo naturale.

L’essere dominante europeo, invece, è il più nocivo fra le culture: ha esportato i propri valori e disvalori ovunque, quasi senza opposizione.




Quando l'Arte incontra l'Arte

Quando l’Arte incontra l’Arte.

L’Arte è la massima espressione dell’intelletto e della creatività umana: riesce a trasmettere concetti e sensazioni universali, pur essendo profondamente segnata dall’unicità individuale dell’artista.
Esalta l’anima dell’artefice tanto quanto quella del fruitore, amplificandone qualità ed eccezionalità in modo esponenziale.

Il concetto artistico è spesso nobilitato dal proprio tormento sofferenza, che ne costituiscono l’autenticità più profonda, manifestata come pura emozione.
Dolore e passione sono le fonti ispirative più comuni, sebbene ogni artista le declini in modo personale, irripetibile, a volte contraddittorio.

Tutto ciò che abbiamo ereditato nei secoli e nei millenni ha radici profonde, radici umane che, nonostante il tempo sia smisurato, saranno sempre valide ed attuali.

Si tratta di condizioni dell’animo scolpite nell’animo di ognuno di noi, portate alla luce da chi crea, da chi compone.
Nella maggior parte dei casi, il primo passo verso un’opera degna di essere ricordata è proprio il liberarsi di quello stato d’animo controverso e incoerente che spaventa, che intimorisce, spesso represso da inibizioni e vincoli sociali che determinano una falsa accettabilità in un mondo apparente e fittizio che ci giudica quotidianamente. Per chiarire il concetto, l’artista, è forse l’unica privilegiata persona che Pirandello non avrebbe ricoperto di maschere inutili, ridicole e ipocrite.

Una volta liberato, l’artista deve unire alla propria anima, debole e indifesa, la bellezza artistica, l’unicità dell’eccellenza espressiva, creando un connubio eccezionale, comprensibile solo da chi si impegna davvero per coglierlo.
Solo così nasce qualcosa di eterno e profondo, personale tanto quanto universale, affascinante e indimenticabile, che può essere compreso solo da chi ne ha riconosciuto l’anima.

L’Artista non deve limitarsi a eseguire, studiare o copiare.
Il suo compito più nobile, singolare e importante è cercare la chiave che risolva tutti i quesiti senza risposta, pur non possedendo né la chiave né le risposte, ispirandosi a ciò che è inspiegabile e irrisolvibile, valorizzando l’essenza dell’anima umana, che persiste nella ricerca e non nel traguardo.

Paul Gauguin la cercò, e lo dimostrò nella celebre opera “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”. L’Artista sa che potrebbe non essere mai compreso, o esserlo troppo tardi. Sa che forse nemmeno lui riuscirà mai a comprendersi appieno. Ma è proprio l’impegno verso l’indagine emotiva, ideale, utopica o politica a rendere l’opera unica.

Il soggetto preso in considerazione, sia esso l’opera o il suo autore, diventa degno di essere condiviso, vantandosi quindi di essere fonte di ispirazione per chi vuole soffermarsi davvero, e non limitarsi a osservare superficialmente ciò che è esposto. Da quel momento ipotetico, l’Arte diventa eterna.

Secondo alcuni, l’Arte esiste prima ancora di essere ideata: l’Artista deve solo scoprire il canale giusto per farla nascere e vivere, strumentalizzando i propri sentimenti e le proprie emozioni, per poi indirizzarli al soggetto, quasi sempre ispirato da ciò che l’Artista conosce meglio di ogni altra cosa: se stesso.

Così Michelangelo Buonarroti, influenzato dalla filosofia neoplatonica, sosteneva che l’anima della scultura esistesse già nel blocco di marmo: lo scultore si limitava al nobile compito di liberarla, per darle vita e renderla eterna.
Questo è il concetto di 
forma nel contenuto.

L’Arte sopravvive a tutto: millenni infiniti, interminabili guerre, catastrofi, malattie, regimi e ignoranza. E fa sopravvivere anche il proprio artefice.

È lo specchio di ogni società, riflesso di ogni passaggio storico, umano ed artificiale, racchiude in sé la complessità dell’essere universale e le sue peculiarità, abbattendo le barriere dello spazio e del tempo, ovunque ci si trovi nel mondo.
Cessa di esistere solo per il singolo individuo, sorpassandolo concettualmente, quando smette di trattare questioni personali come la felicità o l’infelicità, per iniziare a riflettere ragioni più complesse.

Ogni capolavoro diventa un simbolo.
Ogni simbolo, nel tempo, diventa più di ciò che era all’origine.
Ma senza una folla di seguaci appassionati che crede in ciò che vede e sente, il simbolo perde valore, perde significato.




Essere o Avere?

Essere o Avere?

Ognuno di noi dovrebbe interrogarsi su un concetto mentale capace di influenzare positivamente, almeno in parte, la propria vita.
È un quesito al quale non si può rispondere nell’esatto momento in cui ci si pone la domanda.

La crescita evolutiva, la meditazione sul nostro modo di agire, vedere le cose e interpretarle, sono alcuni dei fattori indispensabili per avvicinarsi a un riscontro favorevole.
Quando ci interroghiamo, cercando di orientarci verso “l’essere” o “l’avere”, possiamo comprendere molto di noi stessi: la natura dei nostri desideri, le nostre ambizioni, le reazioni che proviamo di fronte a situazioni scomode e sofferte. Questo ci offre la possibilità di conoscerci davvero, capire come viviamo ciò che ci accade, invece di limitarci a subirlo.

Come avrete intuito, non mi riferisco a un quesito grammaticale: è un’osservazione su ciò che ci rende unici e speciali rispetto a chiunque altro.
Siamo complicati senza sapere il perché.

Riflettiamo sulla considerazione che abbiamo di noi stessi, su come percepiamo il prossimo. Ognuno si atteggia in modo diverso e cerca di essere importante. Vogliamo sentirci diversi in un mondo che non sembra essere molto vario. Reagiamo a stimoli profondi che spesso ci sono oscuri, ma che influenzano concretamente il nostro comportamento. Conoscerli in tutte le loro sfaccettature dovrebbe essere il nostro obiettivo per imparare a conoscerci, smettendo di subirci. Abbiamo bisogno di sentirci gradevoli anche verso chi non conosciamo, per soddisfare lati narcisisti o egocentrici della nostra psiche.

Vogliamo piacere, a volte desideriamo persino essere invidiati per ciò che mostriamo.
Ogni cosa che facciamo, la facciamo per noi stessi e per l’idea di noi che offriamo agli altri. Tutto ha un secondo fine, spesso alimentato da una scarsa consapevolezza interiore. Questa inconsapevolezza ci allontana dalla padronanza di noi stessi e, di conseguenza, dalla libertà.

Quando sentiamo un bisogno estremo di colmare vuoti sentimentali dovuti a dolorose perdite o insoddisfazioni spropositate, cerchiamo sollievo in un'esagerata necessità di “avere”.
Il bene materiale ci illude facendoci sentire meno soli, meno infelici, ci distrae dal dolore. È una cura facile da trovare. Così l’individuo viene indotto, e si abitua, a orientarsi verso l’avere. Avere è facile, se puoi permettertelo.
Se non puoi, ridimensioni i tuoi bisogni verso un “avere” più accessibile.

Rivolgersi invece verso “l’essere” significa negare il bisogno di apparire, rifiutare la manifestazione vana e inutile dell’esteriorità, non avere pretese materiali eccessive. È un percorso più complesso: ciò che desideri non si compra, si conquista con lo studio, la riflessione, l’esercizio.

Chi vuole “essere” non ha bisogno di molto, non si rifugia nei propri vizi o accessori. Questo può permettergli di essere veramente felice con sé stesso. Le cose semplici sono le più appaganti.
Chi “è” guarisce più facilmente dai traumi, riesce a liberarsi psicologicamente da situazioni complicate, è più forte.

La forza del suo spirito è forgiata da armi cognitive, intelligibili, mutevoli come la persona stessa: dinamica, non statica nei propri beni materiali e improduttivi. Chi non riesce a cambiare nulla di sé, anche quando la vita o i desideri lo impongono, è destinato all’infelicità.

Senza una costante riflessione interiore, non può neppure rendersi conto di cosa lo renda così smarrito.

Avere è facile se puoi permettertelo, ma se non puoi, può diventare la tua rovina.

Sarai invidioso, infastidito, frustrato, vivendo in un perenne stato di impossibilità, concorrenza e insoddisfazione.
Ci sarà sempre qualcuno che ha più di te, quindi ci sarà sempre un senso di competizione.




Il Politicamente Corretto non è Politicamente Corretto

Il Politicamente Corretto Non è Politicamente Corretto.

Con l’improprio termine “politicamente corretto”, oggi tanto in voga, percepisco una certa ipocrisia e falsità da parte di chi, invece di rispettare in modo personale e autentico, porta avanti un’inutile e ambigua battaglia contro problemi che iniziano a esistere proprio nel momento in cui vengono percepiti come tali.

Qualche decennio fa, non ci si sentiva automaticamente offensivi ogni volta che si alludeva a un gusto, una tendenza, una cultura o al colore della pelle.
In molti casi, purtroppo non in tutti, queste caratteristiche erano socialmente accettate tanto quanto lo erano le differenze stesse: diversità che non hanno né ragione né torto, ma che dovrebbero semplicemente coesistere.

Il significato offensivo di una parola, come in ogni situazione e discorso, dipendeva dal tono, dal contesto o dalla cattiveria con cui veniva pronunciata, non dalla parola in sé.

Questa formale e forzata necessità di rispettare ogni sfaccettatura di ogni individuo finisce per generare, col tempo, l’effetto contrario: una nuova forma di discriminazione, che invece di unire le persone, le allontana e le confonde.

Renato Zero si vestiva da donna, Loredana Bertè si travestiva da donna incinta in minigonna, nessuno ha mai discusso dei gusti sessuali di Lucio Dalla, e nessuno ha mai discusso dell “negro” in Colpa d’Alfredo di Vasco Rossi.
Eppure, tutto ciò accadeva in un periodo storicamente segnato da grande chiusura mentale e forte bigottismo.

Alcune di queste palesi ed improprie mancanze di rispetto, utilizzate da artisti e personaggi famosi, hanno paradossalmente aperto una strada all’accettazione e all’apertura mentale.
Nessuno ha motivo di sentirsi offeso a prescindere; è uno strumento di ammissione verso aspetti e condizioni che restano “mal visti” finché restano sconosciuti.

Gli artisti utilizzano questi strumenti nella loro arte, per creare situazioni plausibili ed attendibili, senza l’intento di mancare di rispetto.

Molti dei film di Quentin Tarantino hanno fatto sognare generazioni di appassionati, e una delle loro caratteristiche principali è proprio la volgarità, rivolta a bianchi, neri, uomini o donne. Si tratta di raccontare una storia, senza censure, senza freni inibitori, d’altronde così com’è, spesso, la vita stessa.

L’estrema necessità di riguardo, quindi, verso una caratteristica più o meno visibile, finisce per diventare uno stigma ancora più grave, un’etichetta che definisce la persona e alimenta i pregiudizi nei suoi confronti.
Se si ha paura di rivolgersi a un individuo con il suo nome e si sente il bisogno di inventare formule fittizie, apparenti e “ornamentali”, è perché quel soggetto non è stato davvero accettato.

Né lui, né ciò che fa, né ciò che è o dice di essere.
Un bidello è un bidello, uno spazzino è uno spazzino, un handicappato rimane un handicappato.
Non si fanno favori a queste persone cambiando loro etichetta in “collaboratore scolastico”, “operatore ecologico”, “diversamente abile”... ma diversamente da cosa?

L’offesa nasce nel momento in cui si crede che quella parola lo sia, offendendo così la dignità dell’individuo in base all’apparenza, senza sapere nulla di quel che effettivamente è.

La lingua italiana sarà la prossima vittima di questo falso perbenismo e di tutte queste inutili formalità.
Si vogliono cambiare le radici di una lingua antica, tra le più belle del mondo, solo perché qualche ignorante si sente offeso.
L’asterisco alla fine delle parole, la schwa, l’invenzione di offese inesistenti percepite da chi ha un’intelligenza solo approssimativa: questi sono strumenti con cui si sta sfasciando la nostra meravigliosa cultura.
Stiamo regredendo nel pensiero e nel linguaggio, scambiandoli con superficialità e ignoranza.

In italiano, ogni parola ha un maschile e un femminile. Le parole, ovviamente, non sono “trans” e “non binarie”.
Per quale motivo un uomo dovrebbe avere difficoltà a usare la parola “entusiasta”, data la sua origine femminile?

Faccio un esempio: se in un gruppo ci sono cinque ragazze e un solo ragazzo, la grammatica italiana impone l’uso del maschile plurale.
Mai, nella storia della nostra lingua, una ragazza si è sentita, o avrebbe mai dovuto sentirsi offesa. Oggi, a quanto pare, sì.




Il complotto del Telefono Intelligente

Il Complotto del Telefono Intelligente

Siamo tutti consapevoli che, negli ultimi dieci anni, ha conquistato il mercato con una prepotenza senza precedenti il prodotto più venduto della storia contemporanea: lo smartphone.
Il fenomeno è così eccezionale che 
tutti, o quasi, ne possiedono almeno uno.

Lo ripeto per sottolineare il concetto: oggi, al mondo, è quasi impossibile trovare qualcuno che non lo possegga. Avere uno Smartphone è divenuto usuale, tanto da contaminare ogni aspetto della nostra esistenza, è ormai socialmente accettato che sia parte integrante della nostra persona.

La nostra esistenza è conservata e garantita da uno strumento che è più desiderato e sopravvalutato che realmente necessario.

L’effetto più insidioso del suo continuo utilizzo è la dipendenza che genera, espressa da una compulsione a consultarlo in continuazione, un bisogno costante di averlo accanto. Dal punto di vista psicologico, questo comportamento è paragonabile a quello di un tossicodipendente in crisi d’astinenza.

A livello sociale, molti ritengono che la tecnologia smart sia riuscita ad avvicinare le persone, permettendo loro di comunicare senza doversi vedere e stare davvero insieme. Possiamo non sentirci soli anche quando lo siamo.
Questo strumento, paradossalmente, ha spesso allontanato proprio le persone che un tempo erano più vicine. E’ una tecnologia che ci ha resi soli tra altre persone sole. L’atto di chattare ha preso il posto del dialogo, la condivisione virtuale ha sostituito la bevuta in compagnia, l’immagine di un profilo social ha rimpiazzato il guardarsi negli occhi. Sono esempi estremi, che non sempre rappresentano la realtà di tutti, ma la logica del discorso è difficile da smentire.

Sul piano commerciale, le grandi multinazionali - Apple, Xiaomi, Samsung... - hanno puntato sul prodotto più facile da vendere per alimentare la loro brama di potere e denaro, aggiudicandosi il podio mondiale eterno fra i potenti.
Chi conosce le dinamiche di una grande impresa, o aspirante tale, sa bene che non c’è spazio per filantropia o buon senso. Ogni impresa desidera possedere uno strumento che sia facilmente commerciabile e diffondibile, e le grandi aziende tecnologiche hanno trovato la loro gallina dalle uova d’oro.

Lo smartphone è stato venduto a chiunque: ricchi, poveri, giovani, anziani, americani, asiatici, africani, europei... È indiscutibilmente uno dei prodotti più acquistati al mondo, eppure per le proprie potenzialità lo utilizziamo spesso in modo superficiale.
Tutto ciò che puoi fare con il tuo Telefono Intelligente, lo potevi fare anche prima in maniera meno immediata.
Per scattare una foto si usava una macchina fotografica. Per inviare un messaggio, si ricorreva agli SMS. Per leggere le email, si apriva il computer. Per giocare, esistevano decine di piattaforme diverse. Per ascoltare musica, c’erano lo stereo, il giradischi, il mangiacassette, la radio, il lettore mp3. Il significato delle parole si cercava sul dizionario. Il giornale lo si comprava in edicola. Per trovare un numero di telefono, si sfogliavano le Pagine Bianche o le Pagine Gialle. La TV via cavo offriva programmi adatti a ogni età e gusto: cartoni, documentari, serie, film per tutti.

Ciò che ritengo sia il grande cambiamento è la nostra condizione: più la tecnologia diventa smart, più noi possiamo permetterci di essere superficiali.
Abbiamo l’estremo bisogno di qualcosa che non dovrebbe essere indispensabile, ma che lo è già diventato. Se racchiudiamo in un solo accessorio tutto ciò che ci rappresenta, dagli interessi alle passioni e passatempi, allora sarà impossibile separarsene. Non sapremmo più vivere senza.

Lo smartphone è diventato indispensabile solo perché abbiamo delegato ad esso tutto ciò era già essenziale prima della sua esistenza.
Ad esempio, si potrà accedere alla propria Tessera Sanitaria tramite app, così da non doverla più portare con sé. Ma mentre la tessera sanitaria è davvero indispensabile, lo smartphone non lo è.

Ora sì: la tessera sparirà, lo smartphone diventerà irrinunciabile.
È diventato un bene di prima necessità e questo lo rende esponenzialmente commerciabile: ogni individuo, di qualsiasi età, ceto, stato o cultura, potrà possederne uno.
Potrebbe essere un complotto andato a buon termine, voluto dalle dalle multinazionali e dagli oligarchi per consolidare il loro dominio globale.

Per dimostrare la mia pesante ed accusatoria teoria del “complotto del telefono intelligente", vi invito a ragionare sulle abitudini dell’ultimissima generazione.
Da bambino, mi distraevo con la televisione, ma era una televisione molto diversa. Oggi, canali come Boing o Cartoon Network trasmettono pubblicità tempestate di riferimenti agli smartphone, creando un prematuro sentimento di necessità, per indottrinare fin da giovane età i consumatori del domani.

Questo complotto, indiretto e puramente psicologico, garantisce alle multinazionali il podio economico e, per raggiungere i propri obiettivi egoistici, continueranno ad approfittare di ogni strumento disponibile. L'indipendenza dei bambini da accessori superflui è minacciata dalle logiche di mercato.

Non siamo sempre consapevoli di questi subdoli meccanismi economici e psicologici, né possiamo dimostrarli su larga scala, ma possiamo quanto meno renderci conto dei grandi cambiamenti e dei pericolosi risultati nella nostra quotidianità.




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