Distopizzando

Distopizzando.

Il concetto di Utopia è interpretabile in modo personale e originale da qualunque pensatore venga chiamato in causa.
È proprio questa sua natura estremamente mutevole a rendere difficile la possibilità che essa si realizzi concretamente.
A prescindere da studi e teorie, dovrebbe rispecchiarsi nell’animo umano, riflettendo ciò che si reputa semplicemente giusto ed etico per l’individuo, per la collettività e per i loro contesti naturali.
Il concetto utopico preso in considerazione presenta similitudini con il pensiero marxista, che ha sempre opinabilmente suscitato fascino per il suo coraggio e per i suoi contenuti.
Entrambi i sistemi mirano a una rettitudine collettiva e si fondano su una morale che spesso appartiene alla gente comune, quella che vive in condizione di subalternità ed emarginazione.

Non servono grandi paroloni per comprendere un concetto tanto antico quanto elastico e intuitivo.

L’Utopia è ciò che libera dai vincoli imposti dal nostro stato sociale.
Chi occupa la vetta della piramide ha tutto l’interesse a escluderla a priori, in quanto rappresenta un’arma invisibile e pericolosa contro chi detiene il potere e teme di perdere i privilegi che elevano il proprio status.
Può essere semplicemente giustizia, altruismo, filantropia, una visione collettiva che si estende oltre i propri confini, sostenendo ciò che merita, senza secondi fini.

La sua realizzazione concreta, nella storia, forse non si è mai verificata davvero, se non in unici e brevi episodi. All'unanimità non è mai stata realmente applicata.
La sua forma noumenica, invece, è in continua mutazione: più viene sostenuta e approfondita da chi la pensa, più acquisisce una forma chiara e tangibile, che potrebbe e dovrebbe contaminare positivamente i punti di vista individuali e i solidi ideali che definiscono la persona.

Dalla nascita dell’idea utopica scaturisce anche, come controparte negativa, la visione distopica del mondo, molto più concreta ed evidente, che da circa un secolo accompagna la qualità delle nostre vite.

La distopia è un’utopia che agisce al contrario,una realtà segnata da assenza di libertà, pace e benessere comune, che promuove emarginazione individuale e ignoranza collettiva, un’ipotesi per un imminente futuro.
Ciò che possiamo apprendere dalla storia è che il nostro sviluppo socio-politico tende sempre più verso una realtà distopica, scartando i valori genuini e scontati che promuove la semplice ma inarrivabile Utopia.

L’essere umano tende ad essere egoista, opportunista ed in costante competizione. I motivi possono essere molteplici: siamo abituati a ragionare secondo un indottrinamento individualistico e competitivo, abituati a odiare, a disprezzare, considerare errato e arretrato ciò che ci è semplicemente diverso o lontano.
Viviamo seguendo il principio del 
“cane mangia cane” o, più anticamente, dell’“homo homini lupus”, espressioni che incarnano un’anti-etica umana che invece dovrebbe contraddistinguerci.

Le nostre abitudini, i nostri valori ed il nostro modo di pensare sono stati indirettamente modellati a piacimento da chi trae vantaggi, perlopiù economici, dall’allontanarci da una visione utopica e solidale.
Si tratta degli stessi individui che occupano il vertice della piramide sociale, persone lontane anni luce dal nostro modo di vivere e ragionare.

Mi riferisco a chi ha interesse nell’alimentare una realtà distopica applicata.

Questi sono coloro che ci trattano come merce, come profitto, come semplici numeri in un algoritmo tra miliardi.
Siamo diventati prodotti consumabili, oggetti da controllare, prevedere, emarginare. L’unica via d’uscita è reimparare a pensare, attuare una rivoluzione interiore, e da lì promuovere la giustizia, o almeno l’idea che abbiamo di essa.

Orwell scrisse un capolavoro visionario: 1984.
Un futuro come quello raccontato potrebbe non essere così lontano, e non è escluso che i potenti possano trarne ispirazione.
Le caratteristiche fondamentali di quel mondo sono l’ignoranza collettiva, il dominio sulle vite comuni, il controllo del pensiero, la soppressione della parola, della stampa, della libertà stessa.
Sembrano realtà lontane, eppure nella nostra quotidianità avverto cambiamenti impercettibili che, molto pazientemente, si avvicinano a quella complessa, tangibile e irreversibile distopia.
Un esempio metaforico: basta posare un sassolino alla volta per ritrovarsi, col tempo, davanti a una possente barriera.
I Potenti devono garantire i propri privilegi distopici fino a un’ipotetica, forse irraggiungibile, fine.
Nella Londra di Orwell, ogni mezzo di comunicazione e informazione è sottoposto a un’entità onnipresente e onnisciente: il Grande Fratello.
Il suo scopo principale è quello di scovare e neutralizzare tutte quelle menti che ancora osano pensare in modo critico e personale, che rifiutano di vivere come cavie da laboratorio o come animali chiusi in gabbia.

Non mi riferisco al programma televisivo, che ha più a che fare col commercio che con la distopia, mi riferisco invece alle numerose situazioni del libro che trovano riscontro nella nostra realtà.

La differenza sostanziale è che noi scegliamo, disinteressatamente, di alimentare un sistema che rischia di diventare catastrofico, mentre in 1984 si era vittime inconsapevoli di un sistema che annientava ogni forma di libertà e individualità, approfittando della debolezza umana e spazzando via la più piccola speranza di cambiamento.







Oggi, nel generico “2020”, sappiamo bene come siamo costantemente controllati, direttamente o indirettamente; è quasi scontato.
Se le autorità avessero bisogno di sapere dove siamo, cosa facciamo, quando e come lo facciamo, sarebbe per loro facilissimo.

Le telecamere di ultima generazione riconoscono i tratti unici del nostro volto e perfino il nostro modo di camminare. Le carte di credito che usiamo quotidianamente tracciano i nostri movimenti economici. Gli smartphone ci geolocalizzano al secondo, ovunque siamo. Noi stessi riversiamo consapevolmente la nostra vita sui social. Le pagine che visitiamo su internet conoscono le nostre abitudini e preferenze.

Questi strumenti sono usati soprattutto a fini commerciali, ogni giorno siamo testati da algoritmi per creare sondaggi mirati, legati alla compravendita e alle tendenze delle masse.
La cosa più inquietante è che, con l’avanzare dei decenni e l’evoluzione delle tecnologie, esse diventeranno sempre meno controllabili dai piani bassi della piramide. Diventeremo completamente succubi del sistema, permetteranno la totale conferma dei distopici poteri delle élite.

Nei prossimi anni, se i potenti trovassero un pretesto per controllare attivamente le nostre vite, potrebbero avere già a disposizione ogni strumento necessario: a quel punto il futuro immaginato da Orwell non sarà affatto inverosimile.

Ogni sfaccettatura della nostra vita è affidata a enormi database, come l’economia mondiale stessa.
Viviamo in un’epoca in cui la qualità della vita è pericolosamente legata a computer e tecnologie simili, in un sistema in cui un semplice blackout potrebbe metterci in seria difficoltà.

Ogni cosa è visibile, tracciabile, catalogabile e accessibile da chi ha i mezzi e le possibilità per farlo.
Con l’evoluzione inarrestabile della tecnologia e del suo uso malsano, il passo verso un controllo totale delle menti umane si fa sempre più breve, ammesso che non sia già stato compiuto.

Non riesco a immaginare una distopia peggiore.
Valuto questo come l'inizio storico di un punto di non ritorno: spaventoso, inquietante, e fuori da ogni condizione umana fino ad ora sostenuta.

Eppure credo fortemente, come molti, nell'utopia, ma se non cambiamo rotta, se non modifichiamo il nostro modo di agire e pensare, essa resterà per sempre solo un pensiero lontano.

Disattualizzando © 2014. All Rights Reserved | Powered By Blogger | Blogger Templates

Designed by-SpeckyThemes